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Ristorante Tricudai

Ristorante Tricudai
Ristorante Tricudai S.a.s. Di Vertemati Luigi e Paola & C.  Via Giotto,16 23871 Lomagna (LC) Italy P.IVA: 03681080135
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Uno poco di foco, che in un piccolo carbone infra la tiepida cenere remaso era, del poco omore, che in esso restava, carestiosa e poveramente sé medesimo notrìa, quando la ministra della cucina, per usare con quello l'ordinario suo cibario offizio, quivi apparve, e, poste le legne nel focolare, e col solfanello, già resucitato d'esso, già quasi morto, una piccola fiammella, e infra le ordinate legne quella appresa, e posta di sopra la caldara, sanz'altro sospetto, di lì sicuramente si parte.

Allora, rallegratosi il foco delle sopra sé poste secche legne, comincia a elevarsi, cacciando l'aria delli intervalli d'esse legne, infra quelle con ischerzevole e giocoso transito, se stessi tesseva. Cominciato a spirare fori dell' intervalli delle legne, di quelli a se stessi dilettevoli finestre fatto avea; e cacciato fori di lucenti e rutilanti fiammelle, subito discaccia le oscure tenebre della serrata cucina; e col galdio le fiamme già cresciute scherzavano coll'aria d'esse circundatrice e con dolce mormorio cantando creavan suave sonito.

Vedutosi già fortemente essere sopra delle legne cresciuto e fatto assai grande, cominciò a levare il mansueto e tranquillo animo in gonfiata e incomportabile superbia, facendo quasi a sé credere tirare tutto el superiore elemento sopra le poche legne. E cominciato a sbuffare, e empiendo di scoppi e scintillanti sfavillamenti tutto il circunstante focolare, già le fiamme fatte grosse, unitamente si dirizzavano inverso l'aria, quando le fiamme più altiere percosser nel fondo della superiore caldara.

Il fuoco superbo e il paiolo - Novelle - Leonardo Da Vinci

Quando eravamo bambini, ci raccontavano la suggestiva storia del risotto con lo zafferano. Per chi ancora non la conoscesse, eccola: “Zafferano” era il sopranome di un giovane vetraio che lavorava nella Fabbrica del Duomo di Milano alla vetrata di Sant’Elena; era così chiamato perché aggiungeva ai suoi colori un pizzico di polvere del fiore (storicamente, di origine orientale) per ottenere effetti suggestivi nei tasselli di vetro. Quest’usanza fu oggetto delle osservazioni del suo maestro, che un giorno lo canzonò, asserendo che di lì in avanti avrebbe messo lo zafferano persino nel risotto. Quando avvenne che la figlia del maestro convolò a nozze, un gruppo di valletti si avvicinò alla tavola nuziale, portando delle grosse marmitte con risotto fumante, dove il discepolo aveva messo il prezioso ingrediente per fare omaggio al maestro; l’aspetto dorato e il sapore succulento fecero esclamare i convitati e per tutte le strade corse la voce della ricetta del giovane Zafferano, che conquistò così la città.

In Brianza era usanza aggiungere il vino durante la prima fase di cottura del riso (dopo, vale a dire, la sua tostatura); di riflesso, questo ingrediente fu adottato anche nel milanese, portato (pare) dai brianzoli che lavoravano nelle case patrizie della città.